sabato 28 agosto 2010

intervista a Douglas Hofstadter su Mente e Cervello - Anelli nell'Io

da non perdere

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intervista a Douglas Hofstadter su Mente e Cervello - Anelli nell'Io

da non perdere

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Toccandosi

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Attenzione a preparare il battuto di vedura

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Attenzione a preparare il battuto di vedura

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venerdì 27 agosto 2010

Arrivano le autoradio che si sintonizzano anche sul Web!

Visto il continuo crescere di Web Radio e  web-ascoltatori c'è qualche marchio che ha già pensato di cavalcare l'onda e proporre sul mercato dispositivi atti a ricevere il segnale delle Internet Radio anche in auto!

E' il caso di Blaupunkt, azienda tedesca leader nel settore delle autoradio che, in collaborazione con MiRoamer, specializzata nel campo delle radio online, ha da poco presentato i dispositivi New Jersey 600i e Hamburg 600i: due nuovi modelli di autoradio, i primi in grado di connettersi ad Internet ed avere accesso alla miriade di stazioni radio online direttamente dalla propria automobile.  

La ricezione delle Web Radio è resa possibile dalla connessione dei dispositivi via Bluetooth con un telefono cellulare 3G, in grado di accedere alla Rete, per poi ritrovarsi catapultati in un universo nel quale partire alla ricerca della propria programmazione preferita.

Un segnale di forte cambiamento, con la Rete Internet e le sue possibilità sempre più al centro delle nuove tendenze di sviluppo.

 

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Arrivano le autoradio che si sintonizzano anche sul Web!

Visto il continuo crescere di Web Radio e  web-ascoltatori c'è qualche marchio che ha già pensato di cavalcare l'onda e proporre sul mercato dispositivi atti a ricevere il segnale delle Internet Radio anche in auto!

E' il caso di Blaupunkt, azienda tedesca leader nel settore delle autoradio che, in collaborazione con MiRoamer, specializzata nel campo delle radio online, ha da poco presentato i dispositivi New Jersey 600i e Hamburg 600i: due nuovi modelli di autoradio, i primi in grado di connettersi ad Internet ed avere accesso alla miriade di stazioni radio online direttamente dalla propria automobile.  

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AFORISMI

La cattiveria nasce da sentimenti negativi come la solitudine, la tristezza e la rabbia. Viene da un vuoto dentro di te che sembra scavato con il coltello, un vuoto in cui rimani abbandonato quando qualcosa di molto importante ti viene strappato via.

Ryū Murakami

 

 

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AFORISMI

La cattiveria nasce da sentimenti negativi come la solitudine, la tristezza e la rabbia. Viene da un vuoto dentro di te che sembra scavato con il coltello, un vuoto in cui rimani abbandonato quando qualcosa di molto importante ti viene strappato via.

Ryū Murakami

 

 

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giovedì 26 agosto 2010

browsernik - 15 Cose che non sai sulla morte

Death
Via: Medical Insurance Blog

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browsernik - 15 Cose che non sai sulla morte

Death
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Le belle domande di Fodor e Piattelli-Palmarini sulla selezione naturale

Una storia è una storia . Le belle domande di Fodor e Piattelli-Palmarini sulla selezione naturale giovedì, agosto 26, 2010 By Stefano Cardini Cupola della Basilica di San Marco a Venezia «L’ape posata su un fiore ha punto il bambino. E il bambino ha paura dell’ape, dice che lo scopo dell’ape è punire la gente. Il poeta ammira l’ape che s’immerge nel calice del fiore e dice che lo scopo dell’ape è quello di assorbire l’aroma dei fiori. Un apicultore, osservando che l’ape raccoglie il polline dei fiori e lo porta nell’alveare, dice che lo scopo dell’ape è quello di raccogliere il miele. Un altro apicoltore, studiando più da vicino la vita dello sciame, dice che l’ape raccoglie il polline per nutrire le giovani api e far nascere la regina, che il suo scopo è quello di continuare la specie. Il botanico osserva che, volando sui pistilli col polline di una pianta dioica, l’ape la feconda, e il botanico vede in ciò lo scopo dell’ape. Un altro osservando la trasmutazione delle piante, vede che l’ape contribuisce a questa trasmutazione, e questo nuovo osservatore può dire che in ciò consiste lo scopo dell’ape. Ma lo scopo finale dell’ape non è né questo, né quello, né un terzo che possono essere scoperti dall’ingegno umano. Quanto più l’ingegno umano si eleva nella scoperta di questi scopi, tanto più è evidente in lui l’inacessibilità dello scopo finale. L’uomo giunge solo ad osservare la concordanza della vita delle api con gli altri fenomeni della vita. E così è per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli». Mentre concludevo la lettura del discusso libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini, Gli errori di Darwin (recentemente edito da Feltrinelli per la traduzione di Virginio Sala dall’originale inglese What Darwin Got Wrong) ci sono venute alla mente queste parole scritte da Leone Tolstoj nel suo capolavoro Guerra e pace, una decina d’anni dopo la pubblicazione da parte del grande naturalista de L’origine della specie (1859). Non siamo in possesso di alcuna competenza particolare nell’ambito della biologia, della genetica o di altre hard science in qualche modo chiamate in causa dal volume. Riterremmo fuori luogo, quindi, entrare nel merito della polemica esplosa di qua e di là dell’Oceano, non senza eccessi, sull’adeguatezza della cosiddetta teoria di Darwin nel render conto dell’evoluzione degli organismi viventi così com’è testimoniata dalle più recenti ricerche. Chi fosse interessato ai termini della querelle, troverà in calce all’articolo una rassegna stampa delle posizioni in gioco. Per quanto ci consta, vorremmo piuttosto tentare una lettura obliqua, che lasci in ombra molte grandi - e talvolta grandissime - questioni sollevate dal dibattito, per concentrarsi su aspetti più di dettaglio, che a nostro parere, tuttavia, rendono il volume di Fodor e Piattelli-Palmarini, al di là del destino del darwinismo, un interessante stimolo alla riflessione. Nel condurre la loro critica, gli Autori muovono da un’analogia tra la teoria della selezione naturale e la teoria dell’apprendimento, per esempio linguistico, edificata sui principi della psicologia comportamentista di matrice skinneriana. Non sempre, nella discussione seguita alla pubblicazione del libro, questo aspetto è stato messo adeguatamente in luce. Nella teoria di Skinner, al netto di un set base di riflessi pavloviani non condizionati (innati), ogni profilo psicologico (come insieme dei tratti comportamentali osservabili in ciascun individuo) è filtrato da un meccanismo associazionistico del tipo stimolo-risposta-rinforzo, nel solco già tracciato dell’empirismo classico. È l’ambiente in tutti i suoi tratti osservabili, di conseguenza, il medium attraverso il quale il profilo psicologico di ognuno di noi, nel procedere dell’esperienza, si sviluppa via via. Sottolineo qui l’aggettivo osservabile, tanto riguardo ai comportamenti dell’individuo, quanto alle determinanti ambientali, perché la psicologia comportamentista ha sempre teso a emanciparsi da qualunque considerazione d’ordine intenzionale, mentalistico, o come spesso si usa dire: “in prima persona”. Ora, l’idea alla base del libro è che il darwinismo ancora egemone muova dal presupposto che, in modo non esclusivo ma certo prevalente, l’ambiente, al netto di varianti geniche d’ordine casuale, svolga rispetto ai genotipi un analogo “filtro”: la selezione naturale, base e sfondo dell’evoluzione. È a questo punto che cade la domanda: ma se la teoria di Skinner e dei suoi eredi s’è dimostrata incapace di render conto dell’apprendimento di molti dei nostri tratti comportamentali, perché quella di Darwin resiste nonostante non manchino evidenze sperimentali contrarie? La risposta è che, se la prima è falsificabile, la seconda non lo è essendo vuota: non una teoria, ma una storia. Il problema, quindi, non è tanto nella quantità o nella qualità dei fatti sperimentali contrari, sui quali una parte consistente della diatriba s’è concentrata. E nemmeno sulla maggiore o minore integrabilità del principio di selezione con altri fattori evolutivi, che per primi gli Autori ribadiscono a più riprese essere ormai prassi corrente della ricerca biologica. Il punto è lo statuto logico-epistemologico della teoria. E se quest’ultima meriti davvero e fino a che punto di essere chiamata tale. Il resto, incluso il fatto di avere o meno un’alternativa migliore, parrebbe pertanto del tutto secondario. L’argomentazione muove dai famosi archi e pennacchi dell’articolo del 1979 di Stephen Jay Gould e Richard Lewontin: The spandrels of San Marco and the panglossian paradigm: A critique of the adaptationist programme, in Proceedings of the Royal Society London. Nelle cattedrali con cupola, la volta è sostenuta da quattro archi su base quadrata. Ogni coppia d’archi, insieme al profilo della base della cupola, forma un pennacchio, per un totale di quattro. Ora chiediamoci: perché sono lì i pennacchi? La risposta della teoria della selezione naturale è semplice: sono lì perché, accompagnando necessariamente gli archi, senza i quali la volta crollerebbe, si sono rivelati più adatti di altre strutture nel sostenere volte. Prova a costruire una cupola senza i suoi quattro pennacchi, e vedrai che cascherà! Questa è la risposta adattamentista alla domanda perché le cattedrali con cupola hanno pennacchi. Per Gould e Lewontin, però, è sbagliata. E la ragione è che non è una spiegazione, ma una ricostruzione ex post, che potendo in linea di principio spiegare tutto, in realtà non spiega nulla. I pennacchi, a ben vedere, pur accompagnandosi sempre agli archi, al contrario di questi, non sostengono nulla. Sono free rider: elementi architettonici senza scopo alcuno. La loro presenza lì, quindi, non può essere spiegata attraverso il ricorso ad alcuna selezione. Fodor e Piattelli-Palmarini procedono però oltre Gould e Lewontin. Questi ultimi, come spiegano gli Autori, non mettono in questione alla radice il concetto di selezione; bensì si limitano a porre l’accento su altri decisivi fattori evolutivi: dalla fissazione casuale di alleli, alla produzione di strutture adattive dovute a vincoli della forma (come tra archi e pennacchi) o altro ancora; fattori ormai acquisiti dalla ricerca contemporanea, benché sullo sfondo della selezione naturale. Cade qui il discrimine tra la critica di Gould e Lewontin all’adattamentismo neodarwinista e la denuncia di Fodor e Piattelli-Palmarini circa la debolezza logico-epistemologica del darwinismo in quanto tale. Di fronte a due tratti fenotipici coestensivi, nel senso che occorrono e sono osservabili necessariamente insieme, come può la teoria di Darwin discriminare quello selezionato-per la fitness, ancorché locale, dall’altro? Come fa, in altre parole, a distinguere gli archi dai pennacchi? Avere un criterio per operare questo discrimine, è essenziale per il darwinismo. Diversamente, «non può fare quello che s’intende debba fare una teoria dell’evoluzione: spiegare come i tratti fenotipici si siano distribuiti nelle popolazioni di organismi [ovvero] prevedere/spiegare per quali tratti sono stati selezionati gli individui di una popolazione». Per gli archi o per i pennacchi a essi coestesi? È alla critica della teoria dell’apprendimento linguistico di marca comportamentista che Fodor e Piattelli-Palmarini si affidano per mostrare i limiti di principio del criterio di selezione-per. L’argomento, benché gli Autori non lo menzionino, evoca a nostro avviso quello che W.V.O. Quine, in Word and Object (trad. it, Parola e oggetto, Il Saggiatore) solleva in merito all’indeterminabilità del riferimento dei termini che occorrono nei nostri enunciati: nei panni del traduttore radicale, così immaginava Quine, come faccio a capire se il parlante, quando pronuncia la parola Gavagai in presenza di un coniglio, si riferisce al coniglio, a sezioni spaziali di coniglio o temporali di esso? In Skinner e nei suoi prosecutori, il cui intreccio con la filosofia di Quine sarebbe interessante esplorare, il problema si presenta in analoga forma: come faccio a sapere, nella trama stimolo-risposta, quale tratto comportamentale sia stato appreso e in risposta a quale stimolo eventualmente coesteso? Prendete un piccione e calatelo in una scatola di Skinner. Premiatelo con becchime ogniqualvolta offre la risposta R alla vista di un triangolo giallo, non fatelo quando la stessa risposta la offre alla vista, poniamo, di un cartoncino con sopra una X. Alla fine, se opportunamente rinforzato, avrà appreso la risposta R allo stimolo S “cartoncino giallo”. Ma chiedetevi ora: che cosa ha imparato davvero? Può darsi abbia imparato a “scegliere” triangoli gialli invece delle X; o triangoli anziché X; o ad “alzare la zampa destra” ogni qual volta gli vengono mostrate cose gialle rispetto alle X; o a “mettersi in equilibrio sulla zampa sinistra” vedendo figure chiuse rispetto alle X e così via. La soluzione empirista classica al problema, che risale almeno a J. S. Mill, è allora quella di dividere gli stimoli. Ma a parte il fatto che questo non risolve il problema di determinare quale sia la risposta effettiva allo stimolo, la difficoltà resta. Per esempio, dopo aver addestrato il piccione a distinguere triangoli gialli e quadrati blu, posso vedere come reagisce a triangoli blu e quadrati gialli. Se però gli stimoli (o anche le risposte) non sono separabili l’unica strategia esplicativa che resta è quella di formulare ipotesi controfattuali, chiedendosi – per restare al caso di Gould e Lewontin – che cosa accadrebbe se si potessero separare archi e pennacchi. «Non importa [quindi] se a operare la selezione sia un architetto, Madre Natura o uno psicologo; ed è parimenti indipendente dal fatto che ciò per cui si seleziona sia il fenotipo dell’organismo o il suo repertorio comportamentale»: i problemi di selezione-per, in ultimo, conducono sempre alla stesso vicolo cieco logico-epistemologico. I problemi per la teoria di Darwin, tuttavia, per gli Autori non finiscono qui. Tra teoria dell’apprendimento comportamentista e teoria dell’evoluzione per selezione naturale, infatti, gli Autori segnano una differenza in termini di solidità epistemologica a favore della prima. La teoria dell’evoluzione, infatti, diversamente da quella dell’apprendimento, non può in linea di principio «prevedere gli esiti di competizioni puramente controfattuali» e dunque decidere, fra tratti fenotipici coestensivi, quale spieghi gli effetti sulla fitness. Ma una teoria che non determina i valori di verità di controfattuali pertinenti «non può spiegare la distribuzione dei tratti nel mondo attuale». Detto in un altro modo ancora: per Fodor e Piattelli-Palmarini, dato il carattere semantico/intensionale di “selezione per” e “tratto”, non si può compiere l’inferenza da “gli X hanno il tratto t e gli X sono stati selezionati” a “gli X sono stati selezionati per il tratto t”. Fa certo parte dei tratti fenotipici della rana “catturare mosche” e non c’è dubbio che la specie “rana” sia in qualche modo frutto di selezione. Ma da questa certezza non posso inferire sia stata selezionata proprio perché cattura mosche. Potrebbe darsi lo sia perché “cattura oggetti volanti fastidiosi” - per citare un esempio in cui riecheggia un argomento di Daniel Dennett (L’atteggiamento intenzionale, Il Mulino, Bologna, 1993) -, e non abbiamo modo di dimostrare che questa ipotesi sia falsa e la precedente vera. Se, dunque, la critica di Gould e Lewontin era all’adattamentismo di certe versioni riduttivistiche della teoria di Darwin, quella di Fodor e Piattelli-Palmarini mira al suo selettivismo, che ne investirebbe direttamente le basi. La realtà, secondo gli Autori, è che, ad onta di quanti cercano di eliminare dalla teoria della selezione naturale, e da ogni disciplina che la implichi, la progettualità o intenzionalità degli organismi, l’idea di Darwin sembra funzionare solamente in quanto tacitamente le presuppone. L’analogia tra le prassi di selezione degli allevatori, presa a modello dal grande naturalista, e l’operare della Natura, è quindi tutt’altro che una semplice metafora: se non si assume un qualche senso progettuale/intenzionale connesso all’etologia, alla morfologia e alla fisiologia degli organismi viventi, dirimere tra tratti coestesi quelli selezionati-per dai free rider è impossibile. Fin qui Fodor e Piattelli-Palmarini. Torniamo ora brevemente a Tolstoj, citato in apertura di questa nostra riflessione. Il grande romanziere, nel corso della sua lunga vita, ebbe modo di dedicarsi più volte a riflessioni morali attorno alle questioni poste dall’allora nuova teoria della selezione naturale di Darwin. La sua riflessione epistemologica in Guerra e pace, uscito tra il 1863 e il 1869, fu però senza dubbio scritta soprattutto sotto l’influenza del provvidenzialismo tradizionale russo e della metafisica di Arthur Schopenhauer, morto in età veneranda l’anno seguente la pubblicazione de L’origine della specie, nel 1860. La ragione per cui abbiamo trascritto quel passo dello scrittore, è che, nonostante non affronti il tema della selezione in quanto tale, presenta alcune affinità con il punto di vista degli Autori de Gli errori di Darwin, allorché evidenzia come certe spiegazioni naturalistiche, da un lato, presuppongano un senso progettuale/intenzionale rispetto al quale gli esseri viventi si sviluppino e comportino nella ontogenesi ed evolvano nella filogenesi; dall’altro, limitino in tal senso la nostra ambizione di pervenire a una vera conoscenza del mondo (ultima in Tolstoj, falsificabile per Fodor e Piattelli-Palmarini). Nel “regno dei fini” dove nascono, si sviluppano, agiscono, muoiono ed evolvono gli esseri viventi, non c’è in fondo spazio per vere teorie, ma soltanto per storie la cui plausibilità è condizionata dal senso progettuale/intenzionale che in via preliminare assegniamo agli agenti che le interpretano. Così ragiona Tolstoj. «Niente è la causa», scrive in uno dei tanti passi di Guerra e pace nei quali s’interroga sulle determinanti della guerra tra Napoleone e l’imperatore Alessandro di Russia, «Tutto questo non è che concomitanza di quelle condizioni in cui si compie ogni fatto vitale, organico, elementare». Ma in modo non troppo dissimile così concludono anche Fodor e Piattelli-Palmarini, quando espungono dal novero delle vere spiegazioni quelle basate sull’idea di selezione naturale. Nonostante la similarità della diagnosi, però, diametralmente opposte sono per così dire le terapie che Tolstoj e gli Autori de Gli errori di Darwin traggono dalla loro disamina logico-epistemologica delle scienze del vivente. Il romanziere, generalizzando e radicalizzando i limiti trascendentali della nostra conoscenza, si apre un varco verso un altro ordine di “sapere”, solo impropriamente definibile come tale, nel quale riecheggiano sia motivi schopenhaueriani sia motivi spiritualistici. I nostri Autori, invece, richiamano alla necessità di superare la progettualità/intenzionalità tacitamente assunta – a dispetto di ogni tentativo di rinnegarla - dalle spiegazioni basate sull’idea di selezione, proponendo tutt’all’opposto di scavare sotto quei fenomeni in direzione di enti e teorie davvero esplicativi e dunque scientifici. Alla via etico-estetica, e poi mistico-religiosa, di Tolstoj, fa così da contraltare, a onta di quanto ritenuto da molti supporter di un presunto antiscientismo di Fodor e Piattelli-Palmarini, la richiesta alle scienze del vivente, semmai, di un più rigoroso e conseguente materialismo-deterministico, che non si limiti a raccontare al riguardo storie plausibili progettualmente/intenzionalmente pre-orientate, ma ambisca a offrire risposte sull’evoluzione non meno ma più metodologicamente riduttive. Vale qui la pena di citare estesamente, perché il punto è rilevante. Scrivono gli Autori: «Ecco una metafora che preferiamo a quella di Darwin; gli organismi “prendono” i loro fenotipi dalle loro ecologie in modo simile a come prendono i loro raffreddori dalle loro ecologie. Il processo eziologico in virtù del quale i fenotipi rispondono alle ecologie è più simile al contagio che alla selezione. (…) Parte della storia di quel che accade quando ci si prende un raffreddore riguarda la microstruttura dei patogeni e quella del nostro sistema immunitario. Parte della storia sta in quello che l’avere un virus fa alle nostre mucose. E parte ha a che fare con l’età, il sesso, lo stato di salute, il grado di esposizione, e così via, dell’ospite. Ammassi di fatti di questo genere (e senza dubbio di molti altri) contribuiscono alla spiegazione del come e perché prendiamo il raffreddore, quando lo prendiamo». La via d’uscita, tuttavia, c’è, e diversamente da Tolstoj, è tutta interna al discorso scientifico moderno; a patto, tuttavia, che sia adeguatamente condotto. Dalle ultime pagine: «Quel che sorprende non è che qualche spiegazioni scientifica empirica si riveli semplicemente una storia causale; ma che non tutte le spiegazioni lo siano [corsivo mio] (…) Non c’è fantasma nella nostra macchina; né Dio, né Madre Natura, né Geni egoisti, Né lo Spirito del Mondo, né intenzioni che volano libere; e neanche allevatori fantasma. Quel che nutre i fantasmi nel darwinismo è il suo ricorso nascosto a spiegazioni biologiche intensionali, di cui noi qui proponiamo di fare a meno. Darwin ha indicato la direzione per arrivare a una teoria pienamente naturalistica – in effetti pienamente ateistica – della formazione dei fenotipi; ma non ha visto come arrivarci fino in fondo. Ha eliminato Dio, se volete, ma Madre Natura e altri pseudo-agenti ne sono usciti indenni. Pensiamo che sia ora di liberarci anche di loro». Anche grazie al raffronto con le posizioni di Tolstoj, speriamo che il nocciolo logico-epistemologico del volume di Fodor e Piattelli-Palmarini sia stato reso abbastanza evidente. Vogliamo ora svolgere qualche considerazione sulla possibilità e sul senso, prima che di una filosofia, di una fenomenologia del vivente, che muova proprio dalle questioni poste dagli Autori. In breve: la questione di come distinguere, tra tratti coestesi, quelli selezionati-per dai free rider, può essere riformulata anche così: che cosa rende un tratto un tratto saliente ai fini di una descrizione adeguata di un fenomeno e di una buona spiegazione edificata su quella? Perché ci sembra ovvio, insomma, che gli archi, e non i pennacchi, sostengono davvero la volta? Ora, a me pare che Fodor e Piattelli-Palmarini dimostrino che se a questa domanda tentiamo di dare una risposta in terza persona, assumendo archi e pennacchi come null’altro che parti necessariamente coesistenti della realtà, nulla può venirci in soccorso. Assumendo una prospettiva in prima persona, però, la questione potrebbe cambiare, anche se questo potrebbe non soddisfare gli obiettivi teorici degli Autori. Per restare a Gould e Lewontin: ci si chiede, in sostanza, in forza di che, nelle discipline normative (nei manuali, per intenderci, in cui si codifica una regola d’arte) utilizzati nella costruzione di basiliche con cupole, riteniamo che i migliori costruttori debbano trasmettere la regola costruttiva dell’arco anziché quella del pennacchio che pure necessariamente l’accompagna? La domanda suona singolare, e ci pare subito contenga qualcosa che non va; e tuttavia lascia interdetti, non del tutto sicuri di avere una risposta a portata di mano. Si potrebbe obiettare, per esempio, che parliamo di archi, e non di pennacchi, perché sono archi quelli che costruiamo, archi per tenere su volte di cupole di basiliche, che altrimenti cadrebbero. Ovvio: potremmo, per assurdo, impartire ai nostri capomastri anche istruzioni del tipo: “per edificare la cupola a volta, dovete prima costruirvi quattro pennacchi sottostanti”; ma troveremmo questo uno strano modo di esprimersi, giacché tutti sappiamo che sono gli archi e non i pennacchi a reggere davvero la volta. Esatto. Lo sappiamo. Ma come? si può insistere nel chiedere. Forse semplicemente così: perché questa è la funzione degli archi, il loro scopo, il senso in base al quale, in una certa prassi normativa, che s’accompagna alla prassi costruttiva di basiliche, solitamente parliamo di archi. E non di pennacchi. Troppo semplice? Sì, se pretendiamo che la nostra risposta abbia un valore epistemico, quasi dovessimo esprimerci su chi abbia più titolo ad esistere là fuori: gli archi o i pennacchi? Ma se invece, come si conviene a una rigorosa considerazione in prima persona, che si fa carico quindi di tutto il senso progettuale/intenzionale che le è proprio, ci limitiamo a voler dar conto della salienza degli archi rispetto ai pennacchi nella nostra esperienza, potremmo essere sulla strada giusta per chiarire quella differenza. Naturalmente, questo ci porta irrimediabilmente altrove rispetto all’obiettivo di valutare la opportunità di un cambiamento di paradigma nelle scienze del vivente fatto proprio dagli Autori. Può però forse aiutarci a sciogliere un possibile equivoco che aleggia anche tra le pagine di questo interessante libro: quello tra piano epistemico della spiegazione delle determinanti evolutive degli esseri viventi, e piano epistemologico della descrizione dei modi soggettivo-relativi attraverso i quali necessariamente essi si offrono alla nostra esperienza prima di qualsiasi indagine scientifica a essi rivolta. Nei limiti di questo contributo, non si può offrire che una sommaria indicazione della via per adempiere al compito. Ci proveremo ponendo una semplice domanda: perché, accanto a una fisica ingenua, come quella indagata da Paolo Bozzi nel bel libro omonimo, non dovremmo poter mettere capo a un’altrettanto rigorosa biologia ingenua, che porti a evidenza le regole attraverso cui, nella nostra esperienza, costituiamo corpi viventi e ambienti da essi vissuti e co-vissuti, già sempre attraversati da salienze di vario ordine? A qualunque storia dell’evoluzione degli esseri viventi si miri, infatti, non è forse vero, come ben aveva visto proprio Schopenhauer, che tutti noi nel lungo collo della giraffa troviamo immediatamente espressa la sua inclinazione a cercare il cibo tra le alte chiome degli alberi; nelle zanne affilate e nello sguardo saettante del lupo, la ferocia di cui è capace; e nelle lunghe e mobili orecchie del leprotto, quella natura vigile e paurosa che lo farà scattare al primo segnale di pericolo? O ancora: non è forse la conformità ideale di ogni essere vivente al suo ambiente un senso già sempre incluso nell’esperienza che possiamo avere del suo corpo e del suo stile di vita? Chiediamoci, insomma, se non sia anzitutto qui, tra queste qualità fenomenologiche del regno vivente, a loro volta riconducibili a dinamiche tendenze di sintesi d’ordine percettivo e immaginativo, che dovremmo rivolgerci per dar conto dell’ovvietà altrimenti “misteriosa” di certe salienze. Come hanno mostrato Fodor e Piattelli-Palmarini, liquidare come banalmente figurato questo linguaggio è un alibi dietro al quale molti neodarwinisti nascondono semplicemente la contraddittorietà delle loro pretese riduttive. Ma metterlo completamente fuori dal gioco della scienza, come i nostri Autori sembrano richiedere, toglierebbe a quest’ultima la terra di sotto i piedi. Nessuna di queste e di molte altre salienze può certo vantare di per sé sola un qualche titolo sul piano epistemico: su questo siamo perfettamente d’accordo. Ma nessun processo conoscitivo del mondo vivente e storico che ne prescinda totalmente è in linea di principio pensabile in modo fondato. Concludo con una considerazione dal sapore per un’ultima volta di nuovo tolstojano. Napoleone non è stato sconfitto, come di recente pure è stato scritto su qualche giornale, per non aver potuto condurre la battaglia di Waterloo sul campo a causa del mal di schiena. Fatti ben più salienti hanno concorso a determinare quegli eventi. Ed è la fenomenologia a poter dar conto della possibilità d’istituire quella come molte altre differenze. Una storia è una storia. Ma c’è storia e storia. E questo deve poter essere mostrato in tutta la sua evidenza indipendentemente dal fatto che la scienza, legittimamente, s’incarichi di trovare spiegazioni più riduttive. Rassegna stampa (migliorabile) degli interventi seguiti alla pubblicazione, inglese e italiana, del volume di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini. Powered by WordPress.

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lunedì 23 agosto 2010

Critiche all teoria di retroingegnerizzazione del cervello di Kurzweildomenica 22 agosto 2010Critiche a Kurzweil e alla sua ipotesi di retro-ingegnerizzazione del cervelloIn attesa di concludere la serie di post "coincidentia oppositorum e altre riflessioni sulla (nostra) instabilità" (prometto che lo farò a breve...) con l'ultima e quarta parte, comincio a postare da questo blog gli articoli che considero di un qualche rilievo e che in genere mi limito a postare su Facebook.L'input alla riflessione su Web e applicazioni chiuse come Facebook mi è venuto dall'articolo di Chris Anderson "The Web is dead. Long live the Internet" e da quello di Michael Wolff sempre all'interno della stessa pagina di Wired.com.Diciamo che cercherò di riequilibrare il flusso delle mie opinioni ed articoli tra blog e Facebook, anche considerato che tramite "Networkedblogs" gli articoli di questo blog confluiscono in automatico su FB.Ritengo importante però che l'origine delle segnalazioni che considero più "valide" o "interessanti" provenga da fuori Facebook.Incomincio con una accesa dialettica che è iniziata negli USA a seguito del Singularity Summit tenutosi a San Francisco il 14 e 15 agosto scorsi ed in cui Ray Kurzweil ha esposto le sue tesi sulla possibile "retro-ingegnerizzazione" del cervello. In un articolo intitolato "Ray Kurzweil does not understand the brain" il biologo PZ Myers ha criticato duramente l'ipotesi di "comprimere in un programma software" il funzionamento di un organo complesso come il cervello.In particolare, Myers - biologo alla Università di Minnessota - afferma:"Kurzweil knows nothing about how the brain works. It's design is not encoded in the genome: what's in the genome is a collection of molecular tools wrapped up in bits of conditional logic, the regulatory part of the genome, that makes cells responsive to interactions with a complex environment (...) The genome is not the program; it's the data. The program is the ontogeny of the organism, which is an emergent property of interactions between the regulatory components of the genome and the environment, which uses that data to build species-specific properties of the organism. He doesn't even comprehend the nature of the problem, and here he is pontificating on magic solutions completely free of facts and reason".Kurzweil ha risposto repentinamente in questo articolo in cui fonda il suo ragionamento sulla ridondanza dei patterns cerebrali, sul fatto che "the information in the genome constrains the amount of information in the brain prior to the brain’s interaction with its environment" (quindi l'ipotesi forte è che c'è un hardware e un software innato che condiziona nel profondo e a monte l'interazione del cervello con l'ambiente), infine sulla esponenziale crescita delle capacità di calcolo.Si parla poco di emergenza semantica radicale, però. Fin quando, però, un "robot" non creerà significati nuovi del mondo che osserva saremo ancora in alto mare e soprattutto di fronte a "qualcosa di non umano" anche se potrà essere "intelligente".In questa diatriba, una bella osservazione sulla difficile (se non impossibile) "zippabilità del cervello" in un programma informatico la fa Hank Campbell in questo articolo intitolato "After The Singularity, Music Quality Will Be Even Crappier Than It Is Now", dove afferma che la digitalizzazione della musica ha peggiorato la qualità sonora della riproduzione (vedi il grafico che ho ripreso dall'articolo di Campbell) e che analogamente nella compressione digitale del cervello si perderà inevitabilmente qualcosa, cosicchè da realizzare qualcosa di diverso e qualitativamente inferiore all'originale.L'analogico non è dunque comprimibile del tutto nel digitale già per la musica, figuriamoci per quell'organo straordinariamente complesso (ma non tanto per Kurzweil) che è il nostro cervello.Bookmark and SharePubblicato da MarioEs a domenica, agosto 22, 2010Etichette: analogico, Chris Anderson, digitale, emergenza semantica radicale, genoma, Hank Campbell, musica, PZ Myers, Ray Kurzweil, retro-ingegnerizzazione del cervello, singolarità tecnologica, Web is Dead2 commenti:Ivo Quartiroli ha detto... Kurzweil è un personaggio interessante e rappresentativo dell'odierna attitudine a digitalizzare il tutto. Ho scritto parecchio su di lui ed ho conosciuto personalmente il coautore di un suo libro sull'immortalità, il Dr. Grossman. Il sogno di Kurzweil si può far risalire all'illuminismo: comprendere, catalogare, manipolare la realtà, ricreare la realtà sulla base della sua frammentazione in dati e procedure (oggi algoritmi). Ma ha radici anche più antiche, risalenti alle religioni giudaico-cristiane, come Noble ha descritto nel suo libro "La religione della tecnologia" (pur non parlando di Kurzweil che si occupava di altro al tempo della pubblicazione del suo libro). In una intervista a Rolling Stone (Febbraio 2009), Kurzweil afferma che "Death represents the loss of knowledge and information...A person is a mind file. A person is a software program – a very profound one, and we have no backup. So when our hardware dies, our software dies with it.” Siamo nell'era in cui la mente viene considerata la sola risorsa umana, mentre per chi intraprende un percorso spirituale di Conoscenza, la mente è una delle risorse, che però, come diceva Gurdjieff, è uno "squatter" che occupa illegalmente la casa. Kurzweil, come tanti, crede che sia il padrone di casa solo perché gli ha aperto la porta. Fai bene a pubblicare sul blog, Facebook è un frullatore. 23 agosto 2010 06:35 MarioEs ha detto... Ciao Ivo, indubbiamente Kurzweil esprime quello che è definito "scientismo" ossia la fiducia riduzionista che con la scienza si possa "zippare" il mondo in un algoritmo. D'altronde, a meno che non sia un "fondamentalista" acritico, ritengo che sappia molto bene che la sua ricerca è più finalizzata alla realizzazione di nuove generazioni sempre più evolute di robots che non alla reale retro-ingegnerizzazione completa del cervello umano. In tale accezione più moderata, il cervello ed il suo studio sono un buon modello per la realizzazione di macchine sempre più evolute che tentino di replicarne il funzionamento e Kurzweil sarebbe "solo" un marketing manager di una impresa che proposta così vende di più all'opinione pubblica ed ai finanziatori. Ovviamente occorre essere chiari sul fatto che l'approccio riduzionista non porterà a replicare il cervello. Ciao :-) 23 agosto 2010 09:01 Posta un commentoI commenti non sono più moderati e inoltre ho deciso di non vincolare chi intende commentare alla registrazione di un account Google, Wordpress, ecc. Ti invito, però, a non lasciare commenti anonimi né poco educati perché saranno sicuramente cassati.Grazie!Link a questo postCrea un linkPost più vecchio Home pageSu di me: osservatore e critico indipendente della società tecno digitale, mi piace connettere conoscenze differenti e ricercare le relative analogiePensieri quantici"Ma il problema non è come venire a patti col fatto che dell'essere si possa parlare in molti modi. E' che, una volta individuato il meccanismo profondo della pluralità delle risposte, si arriva alla questione finale, divenuta centrale nel mondo detto post-moderno: se infinite, o almeno astronomicamente indefinite, sono le prospettive dell'essere, significa questo che una vale l'altra, che tutte sono egualmente buone, che ogni affermazione su ciò che è dice qualcosa di vero, o che - come ha detto Feyerabend per le teorie scientifiche - anything goes?" (Umberto Eco)Qui c'è un mio contributoQui c\Dall'uomo all'avatar e ritorno- Realtà e dimensioni emergenti, Quiedit, 2010 (a cura di P. Canestrari e A. Romeo)I post "storici" di B2Blogob2bBtn_blue_122x44 On line in formato pdf i post del 2006, 2007, 2008, 2009 e del 2010. Leggi "I tempi del Tempo" , "The archaic universe", "RIZOM@" e molti altri.Condividiadd pageBookmark and ShareCreative Commons License Wikio Protected by Copyscape Unique Content CheckerRSS commentiRSS commentiI miei FeedIscriviti a me su FriendFeedSkype meSkype Me™!Contattami suVisualizza il profilo di Mario Esposito su LinkedInIl mio slidespaceView MarioEs's profile on slideshareIl gruppo B2B su FacebookIl gruppo B2B su FacebookIscrivitiBlog Archive ▼ 2010 (11) ▼ agosto (1) Critiche a Kurzweil e alla sua ipotesi di retro-in... ► luglio (1) ► giugno (2) ► maggio (7)Commenti recentiTag Cloudanalogia analogico aNobii apertura logica architettura Area 25 arte auto-organizzazione autopoiesi autoreferenzialità biodiversità biotech blog Blogger bosone di Higgs brain 2 brain brain imaging caos cervello Chris Anderson co-evoluzione coincidentia oppositorum complessità connessioni conoscenza consapevolezza coscienza creatività cultura del quantum Cusano descrizione del mondo digitale DNA ecosistema emergenza emergenza semantica radicale entropia esplosione entropica eterno ritorno evoluzione exaptation Facebook fenotipo genoma genotipo gesto cognitivo Goswami grammelot Gregory Bateson Hank Campbell ibridazioni idee Ignazio Licata Ilya Prigogine infinito informazione informazione omeopatica innovazione culturale instabilità Joseph Gould Lee Smolin logica aperta meccanica quantistica meme mente molteplicità musica nanotech net art Ning non linearità non località olismo open source ordine parto quantistico Pavlov pensiero postmodernismo processo stocastico PZ Myers Ray Kurzweil realtà aumentata retro-ingegnerizzazione del cervello RIZOMA rottura di simmetria rumore scienza Scribd semantica separazione simbolo simulacro singolarità tecnologica sistemi viventi social network spazio spiritualità quantistica supermarket di Prometeo teoria degli equilibri punteggiati teoria dei sistemi sociali transizioni di fase unione vita web 2.0 Web is DeadBlogroll 2LifeCast AIEMS ApertaMente Automi Ribelli BAIA blog Brain 2 Brain su Tumblr Brain Blogger Brain Science Podcast (BSP) Codice Internet ComplexLab cristiancontini digital adoptive Diritto alla Rete Dove si va...di P. 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domenica 22 agosto 2010
Critiche a Kurzweil e alla sua ipotesi di retro-ingegnerizzazione del cervello

In attesa di concludere la serie di post "coincidentia oppositorum e altre riflessioni sulla (nostra) instabilità" (prometto che lo farò a breve...) con l'ultima e quarta parte, comincio a postare da questo blog gli articoli che considero di un qualche rilievo e che in genere mi limito a postare su Facebook.
L'input alla riflessione su Web e applicazioni chiuse come Facebook mi è venuto dall'articolo di Chris Anderson "The Web is dead. Long live the Internet" e da quello di Michael Wolff sempre all'interno della stessa pagina di Wired.com.

Diciamo che cercherò di riequilibrare il flusso delle mie opinioni ed articoli tra blog e Facebook, anche considerato che tramite "Networkedblogs" gli articoli di questo blog confluiscono in automatico su FB.
Ritengo importante però che l'origine delle segnalazioni che considero più "valide" o "interessanti" provenga da fuori Facebook.
Incomincio con una accesa dialettica che è iniziata negli USA a seguito del Singularity Summit tenutosi a San Francisco il 14 e 15 agosto scorsi ed in cui Ray Kurzweil ha esposto le sue tesi sulla possibile "retro-ingegnerizzazione" del cervello. In un articolo intitolato "Ray Kurzweil does not understand the brain" il biologo PZ Myers ha criticato duramente l'ipotesi di "comprimere in un programma software" il funzionamento di un organo complesso come il cervello.
In particolare, Myers - biologo alla Università di Minnessota - afferma:


"Kurzweil knows nothing about how the brain works. It's design is not encoded in the genome: what's in the genome is a collection of molecular tools wrapped up in bits of conditional logic, the regulatory part of the genome, that makes cells responsive to interactions with a complex environment (...) The genome is not the program; it's the data. The program is the ontogeny of the organism, which is an emergent property of interactions between the regulatory components of the genome and the environment, which uses that data to build species-specific properties of the organism. He doesn't even comprehend the nature of the problem, and here he is pontificating on magic solutions completely free of facts and reason".


Kurzweil ha risposto repentinamente in questo articolo in cui fonda il suo ragionamento sulla ridondanza dei patterns cerebrali, sul fatto che "the information in the genome constrains the amount of information in the brain prior to the brain’s interaction with its environment" (quindi l'ipotesi forte è che c'è un hardware e un software innato che condiziona nel profondo e a monte l'interazione del cervello con l'ambiente), infine sulla esponenziale crescita delle capacità di calcolo.
Si parla poco di emergenza semantica radicale, però.
Fin quando, però, un "robot" non creerà significati nuovi del mondo che osserva saremo ancora in alto mare e soprattutto di fronte a "qualcosa di non umano" anche se potrà essere "intelligente".




In questa diatriba, una bella osservazione sulla difficile (se non impossibile) "zippabilità del cervello" in un programma informatico la fa Hank Campbell in questo articolo intitolato "After The Singularity, Music Quality Will Be Even Crappier Than It Is Now", dove afferma che la digitalizzazione della musica ha peggiorato la qualità sonora della riproduzione (vedi il grafico che ho ripreso dall'articolo di Campbell) e che analogamente nella compressione digitale del cervello si perderà inevitabilmente qualcosa, cosicchè da realizzare qualcosa di diverso e qualitativamente inferiore all'originale.
L'analogico non è dunque comprimibile del tutto nel digitale già per la musica, figuriamoci per quell'organo straordinariamente complesso (ma non tanto per Kurzweil) che è il nostro cervello.
Così si estinguerà l'homo sapiens
La specie umana gode di una ineguagliata capacità di adattamento all'ambiente ed esercita su di esso un controllo pressoché totale. Su questo non ci sono dubbi. Ma fino a che punto ciò rappresenta un vantaggio? E, visto da una prospettiva evoluzionista, l'homo sapiens è davvero una specie privilegiata? O non è invece un caso di «anomalia ecologica» senza precedenti, che sta già peraltro compiendo passi affrettati verso la sua estinzione?

Le risposte che Antonino Pennisi e Alessandra Falzone offrono a queste domande sono sorprendenti e controintuitive. Il prezzo del linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive affronta la questione in maniera critica, proponendo un ripensamento epistemologico delle scienze cognitive, stabilendo strette correlazioni con il neodarwinismo e il neoaristotelismo. Pennisi e Falzone smontano gli argomenti antropocentrici che da sempre accompagnano il pensiero sull'uomo, restituendoci così una grande lezione di umiltà e rileggendo la storia dell'evoluzione biologica e culturale di homo sapiens in chiave strettamente naturalistica. Ed è proprio la parola, il logos, la chiave di volta di tutta l'argomentazione. Benché il '900 sia stato denominato da Richard Rorty il secolo della «svolta linguistica», pochi (tra cui Chomsky) hanno saputo intuire la vera grandiosità insita nel linguaggio. È per lo più prevalso il pregiudizio che esso fosse un mero strumento di trasmissione di contenuti cognitivi preesistenti, una componente modulare del cervello. È prevalsa l'idea platonica della mistica circolarità immateriale del segno linguistico, quella che Popper definì il «dogma positivistico del significato». Il linguaggio è molto più. Lungi dall'essere un semplice veicolo di informazioni, esso esercita funzioni cognitive fondamentali. È attraverso di esso che ci formiamo le nostre idee sul mondo.

Il linguaggio è, in altre parole, la specie-specificità dell'uomo e, secondo gli autori, nasce casualmente da un fenomeno evolutivo di exaptation (la cooptazione funzionale di Stephen Jay Gould), ovvero dalla creazione di funzioni nuove in strutture evolutivamente obsolete. In questo caso la condizione fisiologica di abbassamento della laringe – che in altre specie animali, come nel maschio del cervo di Ficht, serve a produrre suoni gravi per sedurre la compagna – ha creato le condizioni ottimali per l'articolazione linguistica. La ricostruzione dell'evoluzione delle abilità cognitivo-linguistiche a questo punto non è separata da una critica al modello cognitivo più diffuso, che propone di studiare il cervello e le sue varie funzioni come fossero scorporati dall'organismo e dalla sua storia biologica ed evolutiva.

Al contrario, la nascita del linguaggio ha costituito un passaggio di non ritorno, perché esso ha influenzato tutte le abilità cognitive dell'essere umano, è diventato esso stesso abilità cognitiva per eccellenza, caratterizzando in questo modo sia la capacità rappresentazionale del mondo da parte dei soggetti, sia la capacità di trasmettere a livello collettivo le visioni del mondo. All'area di Broca, cui un tempo si attribuivano funzioni relative alla mera sintassi verbale, deve essere riconosciuto un ruolo principe nel funzionamento di un network cognitivo complesso atto a generare conoscenze coinvolgendo varie strutture (BA 47, BC 6, corteccia temporale sinistra e corteccia prefrontale dorsolaterale).

Insomma, non c'è soluzione di continuità tra evoluzione, biologia, tecnologia, cultura. Non c'è dualismo che regga - questa la tesi dei due autori, - non c'è separazione tra natura e cultura. L'evoluzione ha creato i presupposti biologici per la nascita del linguaggio: esso è diventato linguaggio tecnologico e ha generato l'evoluzione culturale del genere umano. La presenza del linguaggio spiegherebbe un'iperadattività così straordinaria, capace di annullare con la tecnologia tutti gli ostacoli alla propria diffusione sul pianeta e minimizzare le condizioni che ne impediscono la procreazione.

L'evoluzione, normalmente, dovrebbe produrre speciazione. Ogni specie si differenzia, si evolve, appunto, in una specie diversa al mutare dell'ambiente. Dovrebbe essere questa la legge. Invece homo sapiens, a causa della tecnologia – e quindi del linguaggio – è stato capace di adattarsi e di diffondersi su tutta la terra senza mai sentire la necessità di differenziarsi. Questo processo ha impedito ogni possibile fenomeno evolutivo. Per questo il caso del sapiens è un'anomalia ecologica, quell'anomalia che Konrad Lorenz definisce «circuito a retroazione positiva» e che si palesa in eventi evolutivi caratterizzati da un rapidissimo incremento e da un altrettanto rapido esaurimento.

Homo sapiens, in effetti, ha una storia evolutiva tanto breve (200mila anni) quanto intensa. L'intensità dei suoi processi adattativi – che negli ultimi 10mila anni lo ha visto passare dalla lavorazione della pietra al computer – rappresenta però, sostengono gli autori, l'altra faccia della sua corsa velocissima verso l'estinzione. Esistono altre specie di primati che per milioni di anni non hanno prodotto alcuna modifica sensazionale né alcuna speciazione e la cui vita evolutivamente è più lunga della nostra. Invece con il sapiens l'evoluzione si fermerà per sempre. Siamo l'ultimo anello di una catena piccolissima. Per usare la metafora di Darwin, la nostra storia evolutiva somiglia al braccio di un corallo, grosso e corto che, malgrado la sua possanza, non genererà altro da sé.

Questa è la ferma convinzione di Pennisi e Falzone. Se l'ipotesi vi spaventa avete due alternative. O leggete il libro come una meravigliosa fantasticheria alla Borges. Oppure cominciate a preoccuparvi un po' di più, senza necessariamente essere apocalittici, degli effetti che l'attività umana produce sul pianeta, e a pensare che sia necessario correre ai ripari politicamente e tecnologicamente.

Tuttavia – avvertono inesorabili Pennisi e Falzone, in una prospettiva strettamente naturalistica – l'estinzione ci sarà. È prevista e immodificabile. Essa è insita nella storia naturale del genere umano, all'interno della quale è contenuta la sua storia culturale, e della quale il linguaggio è il perno fondamentale. Bisogna ammettere, con umiltà, che la storia naturale non doveva necessariamente portare alla nostra presenza, e che essa si rivela piuttosto – come scrive Telmo Pievani nell'introduzione – «un fugace intervallo di consapevolezza, linguisticamente mediata, tra un prima e un poi, sterminatamente lunghi, trascorsi senza parole».
[fonte ilsole24ore]
Pubblicato da REPORTER LIVE ITALIA alle 16:54:00
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